Così, sine ira ac studio, Serra processa noialtri cinici su Rep.

Pubblichiamo l’articolo di Michele Serra uscito giovedì scorso sul quotidiano la Repubblica Se “egemonia culturale” è la capacità di influenzare e condizionare su larga scala le opinioni e le parole di una società, allora la sola vera egemonia culturale degli ultimi anni è stata il cinismo. Dico “è stata” perché alcuni recenti eventi della cultura di massa (l’esegesi dell’Inno nazionale di Benigni a Sanremo, la vittoria di un cantautore classico come Vecchioni, la trasmissione di Saviano e Fazio) ci sono sembrati rilevanti e sorprendenti proprio perché il loro clamoroso successo popolare contraddiceva l’egemonia del pensiero cinico. di Michele Serra
15 AGO 20
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Pubblichiamo l’articolo di Michele Serra uscito giovedì scorso sul quotidiano la Repubblica

Se “egemonia culturale” è la capacità di influenzare e condizionare su larga scala le opinioni e le parole di una società, allora la sola vera egemonia culturale degli ultimi anni è stata il cinismo. Dico “è stata” perché alcuni recenti eventi della cultura di massa (l’esegesi dell’Inno nazionale di Benigni a Sanremo, la vittoria di un cantautore classico come Vecchioni, la trasmissione di Saviano e Fazio) ci sono sembrati rilevanti e sorprendenti proprio perché il loro clamoroso successo popolare contraddiceva l’egemonia del pensiero cinico. Non c’è dubbio che l’atteggiamento cinico abbia le sue ragioni. Attinge da una diffusa e spiegabile diffidenza per l’eccesso di pathos della tumultuosa stagione politico-ideologica degli anni Sessanta e Settanta.
Individua nel sentimentalismo e nella retorica vizi culturali pregiudizievoli. Ma questo animus critico ha finito per radicalizzarsi al punto di negare validità e senso a tutto ciò che esula da una ghignante diffidenza per ogni fenomeno, o persona, che alluda a una qualche esemplarità, come l’amor patrio evocato da Benigni con sublime sprezzo di ogni rischio retorico, come l’opera e la figura stessa di Roberto Saviano, non per caso definito da Giuliano Ferrara “il più banale degli italiani”. Effettivamente, dire “non si ruba” oppure “la mafia è un cancro” è banale. Ma banali, nel loro necessario schematismo, sono i principi in virtù dei quali, non banalmente, si organizzano e si riconoscono le comunità civili. Banale è anche dire che la democrazia è meglio del fascismo: pure proprio da quella banalità prese corpo un documento per niente banale (anche letterariamente) come la Costituzione italiana. E il sospetto che il terrore del banale sia il travestimento formale (e modaiolo) di un ben più sostanziale terrore del giudizio, del merito, della scelta etica, prende corpo ogni volta che il meccanismo censorio (e auto-censorio) costruito dall’egemonia cinica bolla di “buonismo” qualunque opinione o evento o artista che – banalmente – tenti di rifarsi a un principio o a una virtù o a una speranza. Immagino che “speranza” sia tra le parole più detestate dal pensiero cinico.
Forse giustamente: perché nessun’altra parola – neanche “politica”, neanche “onestà” – minaccia con altrettanta precisione la griglia culturale del cinismo. Per sperare, bisogna ricominciare a credere in qualcosa, e se si crede in qualcosa il terrore del banale diventa un impiccio molto trascurabile: meglio vivere con qualche sbavatura enfatica che morire di noia. Gli italiani giovani – per esempio – non possono convivere a lungo con la mancanza di speranza, perché biologicamente (prima che ideologicamente) a vent’anni si vive in funzione del futuro, ci si forma e ci si danna attorno all’immagine del proprio divenire e del proprio migliorare.
I cinquantenni e sessantenni smagati e sazi che determinano l’agenda giornalistica, culturale e politica di questo paese possono solo intuire, non certo catalizzare, la potenza formidabile di questo desiderio di futuro, e di speranza. Meglio lo intuiscono due artisti come Benigni e Vecchioni, uno scrittore civile come Saviano, i promotori e gli organizzatori di manifestazioni politiche e civiche nate e cresciute fuori dai partiti (come la recente domenica delle donne), o un politico come Vendola, il cui linguaggio colto e passionale è facile bersaglio di chi considera le passioni una ridicola debolezza. La canzone di Vecchioni è un manifesto della speranza, ed è stata proprio la sua disarmante mancanza di “pudore intellettuale” a renderla deflagrante: il sorrisetto di sufficienza del dandismo di destra, magari anche del cinismo di sinistra, non riescono a cogliere la precisione “storica” con la quale un artista navigatissimo (che conosce a menadito i rischi della banalità) ha fotografato l’attimo. Ci voleva una buona dose di anticonformismo per affrontare a petto nudo lo scherno (poi manifestatosi) dei cinici e dei loro plotoni di esecuzione. Il rischio di dire è il rischio di scegliere. Se si sceglie, si dice qualcosa, altrimenti si infiora o si sfregia, a seconda degli umori, ciò che già è stato detto. Benigni sa benissimo (lo sapeva già al tempo della “Vita è bella”, oggetto di una martellante campagna derisoria del Foglio) che parlare di eroismo e di amore è, per un’artista, la più ardua, scivolosa, presuntuosa delle prove. Ci si è buttato a corpo morto e ha stravinto.
L’egemonia cinica ha finito il suo tempo perché è sterile anche quando intelligente, perché volendo essere brillante è solo castrante, perché non produce più pensiero comune, non crea parole nuove (l’ultima di qualche rilievo è stata “buonismo”, oramai decrepita), non emoziona gli esseri umani: al massimo ne vellica la vanitosa tendenza a sentirsi superiori ai sentimenti e alle passioni civili, che invece spesso, e inevitabilmente, ci sovrastano. La paura di essere retorici non è più un tabù, non condiziona più le parole e le scelte politiche. L’enfasi e l’ingenuità sono rischi che vale la pena correre pur di uscire dal ricatto intellettuale di un ventennio castrante, quello dell’egemonia cinica. Benigni, Vecchioni, Saviano, Vendola sono popolari evincenti. I veri radical chic sono i loro stizziti detrattori.
di Michele Serra